Feudalesimo e innovazione: i feudi dei distretti industriali

Smartangle News • Lug, 2020

Feudalesimo e innovazione, due concetti che a prima vista non sono affatto correlati. Alcune riflessioni per capire come i feudi dei distretti industriali rispecchino il sistema medievale, e diteci che non abbiamo ragione.

Chi mi conosce sa che è da tempo che vado dicendo di voler scrivere qualcosa che abbia a che fare con feudalesimo e innovazione. Ebbene, ci siamo! Finalmente ho preso la mia decisione, e sono qui a scrivere alcune mie opinioni sul retaggio feudale che ci portiamo dietro sin dal lontano medioevo, e con il quale riusciamo a contaminare quasi tutto quello che facciamo, anche quando si tratta di innovazione.

Prima di iniziare è doveroso ripassare un po’ di storia.

Il feudalesimo, al netto del dibattito storico, era un sistema politico, economico e sociale sviluppatosi in Europa Occidentale, e durato dal IX secolo fino a circa la seconda metà del XV secolo, quando nasce la cosiddetta età moderna.

Il feudo, era un bene concesso ad un nobile sottoposto, in cambio di favori e servizi. In pratica era il pezzo di terra concesso dall’imperatore (al tempo Carlo Magno) al vassallo, ovvero al nobile che ne diventava proprietario.

A sua volta, il vassallo poteva frazionarlo e concederlo ai valvassori, che a loro volta potevano concederlo ai valvassini.

Ma dopo la morte di Carlo Magno, i vassalli divennero sempre più indipendenti dal “governo centrale”, e con le prime invasioni, i feudatari iniziarono a decentralizzare il loro potere nelle campagne, per essere più protetti e per arroccarsi in vere e proprie fortezze con mura, fossati e sistemi di difesa. Insomma, i feudatari diedero vita alle città fortificate e ai castelli.

Fatta questa premessa storica, vorrei iniziare a farvi riflettere sulle varie correlazioni. Infatti, sebbene questo retaggio culturale sia europeo, noi italiani ne risentiamo ancora particolarmente, e secondo me oggi ci facciamo influenzare molto nel modo di fare…anche innovazione.

Siccome l’argomento è bello denso di contenuti ho deciso di dividere le riflessioni in varie puntate, ed oggi parleremo de:

I feudi dei distretti industriali

La complessa piramide gerarchica che avevano istituito vassalli, valvassori e valvassini, oggi si può tradurre in tutta quella struttura di reti, spesso anche fortemente inter-allacciate alle istituzioni, che diventa un inevitabile freno all’innovazione.

Gli ostacoli tipici di queste strutture “complesse” si traducono, nella maggior parte dei casi, in un percorso ad ostacoli e multilivello, che vede l’intervento di una moltitudine di attori che inevitabilmente rallentano il percorso naturale di un processo innovativo. I cosiddetti middle manager, i funzionari, i responsabili di questo o quel dipartimento, e innumerevoli passaggi di mano, con altrettanti distillati di informazioni, alla fine fanno giungere un messaggio completamente svuotato del significato innovativo e dell’impatto originale.

Una delle mie prime esperienze con la complessità dei feudi industriali risale ormai a tanti anni fa, quando ho avuto sotto mano una mappa dei famosissimi distretti produttivi.

Sempre chi mi conosce, o ha sentito qualche mio intervento sugli ecosistemi innovativi, ed ha letto un mio vecchio articolo* sul tema, sa che per me i distretti sono stati un ottimo micro-sistema per lo sviluppo delle varie aree geografiche industriali italiane.

Ma oggi, parlare di distretti, e vedere che vari organi istituzionali continuano a buttar soldi su ricerche e aggiornamenti in merito, mi pare abbastanza anacronistico e molto indietro con i tempi.

Cosa significa questo per l’innovazione? La risposta è semplice, sebbene forse non scontata. Diventano un deterrente per fare vera innovazione ed essere collegati con il resto del mondo. I distretti creano micro-sistemiutili e fini solo a sé stessi. Un po’ come quelle belle bocce di vetro, che costano uno sproposito, e ti permettono di avere in casa una ecosfera piena di micro-gamberetti che non cresceranno mai.

Un distretto, nella pratica, è un agglomerato di aziende (non necessariamente solo PMI), molte anche in competizione tra loro, che creano esattamente quel sistema feudale con cui sto cercando di fare il parallelo. Nella mia esperienza diretta, perciò posso anche sbagliarmi, i distretti non riescono ad evolvere, non riescono a fare innovazione collaborativa, e sono terribilmente affetti dalla famosa sindrome del “not invented here”.

Per alcuni starò dicendo delle banalità, perché mi risponderebbero che l’agenzia per l’innovazione tal dei tali è un’eccezione alla regola. Ma la sfida che lancerei sarebbe con una domanda: “è quanti progetti innovativi di questo genere avete fatto?” La risposta potrebbe non piacerci, perché copriremmo che sono molto pochi, quindi l’eccezione resta un’eccezione. Quando in realtà l’eccezione dovrebbe essere la regola!

Per i più illuminati e riflessivi, invece, questo parallelo potrebbe essere una spiegazione plausibile del perché alcuni nostri famosissimi distretti, in cui eravamo fortissimi, hanno visto un forte declino (se non la scomparsa) e molte aziende hanno dovuto chiudere. Faccio degli esempi a caso? Il primo distretto della sedia; del tessile; dell’elettronica, e posso continuare a lungo.

Ovviamente, lungi da me il voler cancellare questo modello, che potrebbe continuare ad essere l’orgoglio italiano, e una peculiarità del Made in Italy. Ma spero sia evidente che il mio è un suggerimento ad uscire da questa impostazione feudale, cercando di far evolvere questi sistemi.

Il distretto si deve evolvere in ecosistema. Il distretto deve diventare “glocal”, forse termine ormai noiosamente utilizzato, ma è una sacrosanta necessità. Le aziende di un distretto, innanzitutto devono imparare a fare sistema, nel vero senso della parola. Devono mantenere la loro localizzazione, e il contatto con il territorio, ma devono anche essere capaci di essere globali.

Spesso sento dire ad imprenditori e esponenti di varie associazioni (di categoria, industriali, ecc.) che “bisogna supportare il territorio”, “valorizzare le eccellenze del territorio”, e frasi del genere. Ma cosa significano questi begli slogan, se poi questo territorio resta confinato in un sistema feudale e chiuso, in cui i tanti piccoli feudi si fanno la guerra?

Bisogna evolvere, e iniziare a comprendere che i distretti si devono trasformare in ecosistemi con delle solide filiere industriali sì, ma anche con delle competenze consolidate che devono essere messe a disposizione di tutto il territorio. Ma attenzione, perché qui non intendo il territorio distrettuale, regionale, comunale o addirittura di contrada… ma nazionale! I distretti, o come li si voglia chiamare in futuro, devono essere capaci di condividere esperienze, risultati, ricerche, innovazione, best practice e tutto ciò che può servire ad altre aziende a crescere organicamente e insieme, per rendere l’ecosistema sempre più forte e competitivo.

Con Smartangle nel nostro piccolo stiamo cercando di operare questo cambiamento, e di essere noi stessi testimoni di un cambiamento (es. con Enablers). Stiamo cercando di disseminare questo tipo di mentalità, di far cambiare approccio all’innovazione, a far cambiare prospettiva innovando in maniera più smart per: non perdere risorse, i famosi cervelli in fuga perché in Italia non vedono un futuro; tempo, sempre preziosissimo soprattutto in tempi di COVID, dove le prospettive temporali si accorciano drammaticamente; e per non sprecare tutte le buone idee che emergono nel lavoro quotidiano di imprenditori, dirigenti, manager, fino agli operai che sono sulle linee di produzione.

Che ne dite, è un obiettivo abbastanza sfidante per voi?

* Open innovation, 2 elementi-chiave per fare ecosistema (A. La Vopa per Economy Up)

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