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Se il brainstorming dura più di mezz’ora c’è qualcosa che non va

Smartangle News • Gennaio 13, 2020 • #1

Molto spesso ci capita di dover lavorare con aziende in cui c’è una percezione del brainstorming molto “personale”. Infatti, nella maggior parte dei casi, le persone con cui collaboriamo tendono a confondere il brainstorming con un intero workshop, e, ancora più spesso, si crede che un brainstorming, per esser efficace, debba durare anche due ore o più.

Cerchiamo di fare brevemente il punto sul perché un brainstorming, in realtà, debba durare non più di mezz’ora, nei casi più estremi.

Quando si parla di brainstorming si sta parlando di una tecnica che prevede una vera e propria generazione di idee che rispondano ad una specifica domanda. Pochi sanno che l’inglesismo, ormai oggi comunemente utilizzato nei contesti aziendali, è stato creato negli anni ’30 da A. F. Osborn e nel 1953 è stato divulgato con il libro Applied Imagination*. Osborn indica delle linee guida imprescindibili per poter eseguire un buon brainstorming, e sono:

1) lavorare sulla quantità di idee e non sulla qualità;

2) trattenersi dal criticare le idee altrui o le proprie;

3) favorire la generazione di qualsiasi tipo di idee (anche quelle assurde);

4) associare le idee (combinandole e migliorandole).

Fatta la dovuta introduzione teorica, pare immediatamente chiaro il motivo per cui si parla di “tempesta” di idee, infatti durante un brainstorming è necessario generare una quantità considerevole di idee, senza freni, senza limiti e senza fermarsi troppo a rimuginare.

Il brainstorming è una pratica che basa il suo corretto utilizzo sulla impulsività e sull’istinto, infatti la moltitudine di tecniche ormai note e meno note per eseguire un brainstorming, sono tutte inevitabilmente legate dal fatto che non si deve lasciare troppo spazio alla parte razionale del cervello, ma sfruttare principalmente quella creativa.

Detto ciò, un brainstorming efficace deve generalmente durare non più di 30′, altrimenti si inizia ad andare in loop, ovvero a ripercorrere sempre gli stessi pattern mentali e a pensare alle stesse idee, magari modificandone solo leggermente il senso. Per questo motivo, generalmente diffidiamo quando ci viene detto, e parliamo per esperienza, “Abbiamo fatto un brainstorming di 4 ore!“. Questo vuol dire che innanzitutto non si è colta la vera natura della pratica, ed in secondo luogo non si è capito che il brainstorming deve essere funzionale ad una serie di attività che vengono fatte in seguito per ottimizzare il risultato del workshop.

Non a caso la regola dell’associazione delle idee, come definita da Osborn, risiede nel fatto che per giungere ad un risultato concreto, sia necessario poi essere in grado di combinare le idee, migliorarle, costruirci su, aggiungerne altre, e quindi far sì che si sviluppino quelle migliori per rispondere alla domanda originalmente posta (o il focus del workshop).

Un altro aspetto che spesso rileviamo è vedere come alcune aziende gestiscano i propri workshop, perché se il timing (ovvero il tenere il tempo) è essenziale, altrettanto lo è il facilitatore del meeting (o del workshop), perché questa figura deve assicurare che non si instaurino alcune dinamiche tipiche del lavoro di gruppo.

Alcuni suggerimenti che tendiamo sempre a proporre durante i nostri interventi, e che quindi possono essere utilizzati dai facilitatori nei workshop successivi, sono:

creare equilibrio tra i partecipanti

Questo è essenziale soprattutto quando ci sono, nel gruppo selezionato, diverse posizioni gerarchiche, o diverse seniority, o ancora, diverse figure professionali. In questo modo tutti i partecipanti saranno “sciolti” da quei vincoli che li potrebbero trattenere dal contribuire in maniera onesta, aperta e trasparente.

Se non si riesce a creare questo equilibrio tra partecipanti, sarà anche particolarmente difficile che una ulteriore regola d’oro (secondo noi) del brainstorming venga meno:

ascoltare tutti i contributi

Infatti ogni membro del team deve necessariamente essere partecipe attivamente, e contribuire con le sue idee, altrimenti si instaura una dinamica di “rifiuto” e disinteresse, che renderà il partecipante non ascoltato una mera presenza di contorno.

Se si segue una logica di condivisione, piuttosto che di accordo, sarà sempre più facile fare in modo che tutti i contributi, piccoli o grandi che siano, siano molto più efficaci nella ricerca della soluzione più adeguata al problema, e questo renderà sicuramente più soddisfatti tutti i partecipanti, che si saranno sentiti veramente utili.

Un’ultima regola che tendiamo sempre a trasmettere, durante un workshop, è:

tutti sono creativi

questo perché molto spesso ci viene detto, addirittura prima di un workshop, “io non sono affatto creativo”. Ebbene, questa è spesso una affermazione ingiustificata, perché in realtà tutti noi abbiamo una certa creatività, l’unica differenza è che siamo semplicemente in grado di esprimerla in modi differenti.

Alcuni parlano, alcuni disegnano, alcuni creano dei modelli fisici, alcuni mimano, ma tutti siamo indistintamente capaci di generare idee e pensare a soluzioni ai problemi che ci vengono posti. Quindi bisogna semplicemente trovare il giusto mezzo per far sì che questa creatività emerga e venga chiaramente esposta e compresa.

Come vedete sono solo poche regole, pratiche e molto semplici, per rendere un workshop efficace e produttivo, focalizzandosi sul brainstorming per quel che basta e lavorando su quanto è stato prodotto per raggiungere un risultato concreto e tangibile.

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* Applied Imagination: https://archive.org/details/appliedimaginati00osborich/page/n13